
Dalle macchine da scrivere ai touchscreen: una breve storia di come digitiamo
Ogni volta che premi un tasto, compi un gesto plasmato da circa centocinquant'anni di piccoli compromessi pratici, la maggior parte dei quali dettati da persone che risolvevano problemi ormai scomparsi. La storia della dattilografia è in realtà la storia di macchine che cambiano molto più velocemente delle abitudini che hanno creato.
La prima macchina da scrivere di successo commerciale, la Sholes and Glidden del 1874, era una meraviglia meccanica e un vero pericolo per la digitazione veloce. Le sue barre di stampa si sollevavano per colpire la carta da sotto un cilindro che il dattilografo non poteva nemmeno vedere, quindi gli inceppamenti erano frequenti e invisibili finché l'inchiostro non era già macchiato ovunque. La disposizione dei tasti QWERTY che si sviluppò attorno ad essa, qualunque fosse la sua esatta motivazione originale, si affermò perché le prime scuole di dattilografia la insegnavano e, una volta che un numero sufficiente di dattilografi la conosceva, nessun layout concorrente riuscì a diffondersi a sufficienza da risultare rilevante. Questo è uno dei primi e più chiari esempi di uno standard tecnologico che si afferma per inerzia piuttosto che per merito.
Le macchine da scrivere rimasero meccaniche per quasi un secolo, con i dattilografi che sviluppavano una vera forza fisica per premere i tasti con sufficiente forza da trapassare più copie carbone contemporaneamente. Il passaggio alle macchine da scrivere elettriche a metà del XX secolo, e in particolare alla Selectric dell'IBM, sostituì le singole barre di caratteri oscillanti con un'unica sfera rotante, rendendo finalmente rari gli inceppamenti e permettendo ai dattilografi di lavorare più velocemente senza dover lottare con i meccanismi della macchina. Per la prima volta, il fattore limitante nella velocità di digitazione era principalmente l'essere umano, non l'hardware.
La vera svolta arrivò con i word processor e poi con i personal computer negli anni '70 e '80, che sganciarono completamente la scrittura dalla carta. Improvvisamente un errore non era più una macchia da convivere o una pagina da riscrivere, ma bastava un solo tasto di cancellazione per cancellarlo. Questo cambiò la psicologia della digitazione tanto quanto la tecnologia: i dattilografi di un tempo erano addestrati a una cautela estrema perché gli errori erano costosi, mentre i dattilografi dell'era informatica potevano ragionevolmente sacrificare un po' di precisione in favore della velocità, dato che la correzione era diventata quasi gratuita. Le tastiere stesse mantennero lo stesso layout QWERTY durante tutta questa trasformazione, un compromesso centenario che continuava a funzionare silenziosamente su macchine completamente nuove.
Poi sono arrivati i touchscreen e, per la prima volta in oltre un secolo, un nuovo metodo di input di rilievo non ha ereditato affatto la tastiera fisica. Digitare su uno schermo elimina completamente il feedback tattile, costringendo il software a compensare con la scrittura predittiva e la correzione automatica, delegando di fatto parte del problema di precisione dalle dita a un algoritmo che cerca di indovinare cosa si intendesse digitare. La digitazione a scorrimento ha spinto questo concetto ancora oltre, trasformando la scrittura in un gesto continuo anziché in una serie di tocchi discreti, qualcosa che nessun progettista di macchine da scrivere meccaniche del 1874 avrebbe mai potuto immaginare potesse essere definito "digitazione".
Ciò che è facile non notare in tutto questo è quanta memoria muscolare sia sopravvissuta a ogni singola transizione. Un dattilografo esperto di tastiera QWERTY del 1950, trasportato ai giorni nostri, potrebbe sedersi davanti a una tastiera moderna e, dopo pochi minuti di adattamento alla corsa più leggera dei tasti, digitare con la stessa competenza di chiunque si sia allenato con l'hardware di quest'anno. I tasti sono diventati più silenziosi, le macchine più intelligenti e la carta è scomparsa del tutto, ma l'abilità fondamentale che sta alla base di tutto ciò è rimasta pressoché invariata per un secolo e mezzo.